Calcio> Monterotondo: nella paura vincono i valori dello sport…ma non per tutti

Alessio Benda

Monterondo Calcio – Real Monterosi. 9° giornata del campionato di eccellenza. È calcio dilettantistico. I ragazzi si dilettano, nel vero senso della parola, nel praticare lo sport più bello del mondo. Dilettanti si, ma solo nella definizione, perché in campo e fuori la loro professionalità supera di gran lunga il gergo cui viene ricondotta la loro categoria. Lo Stadio Fausto Cecconi di Monterotondo è teatro e insieme spettatore di un film drammatico in se, ma dal lieto fine, con spunti di autentica e genuina fratellanza. È il 24 minuto del primo tempo, quando, nel corso di un azione di gioco, il portiere del Monterondo classe 91, Paolo Alessandri, vola in cielo per afferrare il pallone. Sotto di lui, un gigante buono, gli fa da paracadute nella caduta, è il vice capitano della squadra Alessio Benda, difensore mancino dal fisico possente. Alessio, nello scontro, cade a terra. Era volato anche lui per colpire di testa il pallone. Lui è abituato all’altezza. Fuori dal campo si arrampica su tralicci alti decine di metri, lavora in una ditta di telecomunicazioni, è un professionista a tutto tondo. L’urto con il terreno di gioco ha lo stesso tonfo di un lampo che cade dal cielo. È sordo e annuncia un tuono. Alessio è a terra, occhi sbarrati. E in circostanze critiche. Perde i sensi, non ha alcun controllo della muscolatura. La lingua, essendo un muscolo, si rilassa, scivola all’indietro otturando la trachea e non gli permette di respirare. Sotto gli occhi del compagno Paolo. Come un fulmine, stavolta, solo dalla luce spettacolare, il medico sociale Alessandro Calafiore interviene praticando, con provvidenziale praticità, un decisivo intervento cardiopolmonare, liberando la trachea. Alessio, infatti, dopo minuti di terrore, col fiato sospeso, si muove, sussurra qualcosa ai suoi compagni, intorno a lui, con l’allenatore e i dirigenti accompagnatori. Sugli spalti c’è il fratello, gli amici di una vita, del paese, i tifosi del Monte. Esultano come un gol, anzi come una tackle vincente di Alessio, quando intravedono le gambe del giocatore tornare a muoversi, quando arriva tempestivamente l’ambulanza a soccorrerlo, lasciando il posto agli applausi mentre la stessa lo porta a sirene spiegate verso l’ospedale S.S. Gonfalone dove Alessio rimarrà ricoverato d’urgenza tutto il giorno per poi essere trasferito in serata al Policlino Umberto I, per degli accertamenti. Non è solo l’ambulanza a correre, compagni e allenatore, con la mente hanno idealmente già abbandonato la casacca di gioco, vestendo quella dell’amicizia, da uomini quali sono. Vogliono correre subito da lui. Piangono, sono visibilmente scioccati. Paolo Alessandri, tra tutti. Ci sono ragazzi appena maggiorenni a comporre una rosa che non supera i 22 anni di età media. Come spiegare loro che vale la pena proseguire l’incontro? Come spiegare a chi quotidianamente frequenta Alessio che Alessio ha appena ripreso conoscenza ed è necessario riprendere il gioco? Un minuto, forse anche di meno, senza ossigeno, perché Alessio non respirava più, poteva essere fatale. Alessio non ha avuto solo un infortunio di gioco, ha rischiato la vita. Chi era lì e lo ha visto a terra lo sa bene. I giocatori del Monterondo abbandonano il campo, e d’accordo con la società, fanno pervenire all’arbitro un documento che ne conferma le intenzioni. Lo show stavolta non può proseguire. Lo spettacolo lo mettono in mostra loro, scegliendo di non continuare la partita. E non c’entra il risultato. Il Monterotondo era sotto di un gol e con un uomo in meno. Qualche maligno, invece di sottolineare il gesto di estrema sportività degli eretini, ha addirittura osato avanzare l’idea che potesse essere una scusante per la ripetizione della gara, che comunque, se sospesa, sarebbe ripartita dalle stesse condizioni. Ma non andrà così. Gli avversarsi del Monterosi, una volta resisi conto della, secondo loro, non gravità delle condizioni di Benda, decidono di non accordare l’assenso alla sospensione della gara. Secondo la dirigenza non c’erano le condizioni. Benda si era ripreso ed era cosciente. E grazie al cielo, doveva forse essere morto o in stato di coma per interrompere una partita di calcio in cui di certo non la fanno da padrone gli interessi mossi dalle televisioni che spesso impongono il triste e raccapricciante motto “the show must gon on”? Il compito ora spetta al giudice sportivo. Con ogni probabilità verrà decretato lo 0-3 a tavolino. Ma c’è da esserne fieri? Ai posteri l’ardua sentenza. Di certo, se ci fosse una giuria popolare che fa del fair play il criterio di giudizio predominante, non farebbe fatica ad accordare una vittoria per gli atleti e, prima di tutto, uomini del Monterotondo Calcio, con gol allo scadere di Alessio Benda, che fortunatamente ora è a casa con la sua famiglia e i suoi amici.

Alessandro Monteverde
13/11/2013

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